Blog - o blob? - scritto a quattro mani:
tutte, ma soprattutto due, che si sforzano solo il minimo indispensabile

Minimo sindacale, quattro chiacchiere in solitario
mercoledì, 27 settembre 2006

 Che cos'è necessario?

È necessario scrivere una domanda,

e alla domanda allegare il curriculum.

 A prescindere da quanto si è vissuto

è bene che il curriculum sia breve.

  È d'obbligo concisione e selezione dei fatti.

Cambiare paesaggi in indirizzi

e malcerti ricordi in date fisse.

 Di tutti gli amori basta quello coniugale,

e dei bambini solo quelli nati.

 Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.

I viaggi solo se all'estero.

 L'appartenenza a un che, ma senza perché.

Onorificenze senza motivazione. 

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso

e ti evitassi. 

 Sorvola su cani, gatti e uccelli,

cianfrusaglie del passato, amici e sogni.  

 Meglio il prezzo che il valore

e il titolo che il contenuto.

 Meglio il numero di scarpa, che non dove va

colui per cui ti scambiano.

Aggiungi una foto con l'orecchio in vista. 

È la sua forma che conta, non ciò che sente.

Cosa si sente?

Il fragore delle macchine che tritano la carta.



Wisława Szymborska, Vista con granello di sabbia. Adelphi
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Link | rubrica logorrea, fuorionda
mercoledì, 27 settembre 2006
da "Il Messaggero", 27 settembre 2006



di MARCO CUSUMANO



Sfilano davanti al giudice Cinzia Parasporo gli operai dell’ex Goodyear. Raccontano la loro storia personale, a volte drammatica, con esempi pratici per descrivere in quali condizioni hanno lavorato per decenni nello stabilimento di Cisterna. Il processo è legato alle 33 morti sospette tra gli ex lavoratori dello stabilimento ma anche alle numerosissime malattie sviluppate tra gli operai.

Uno di loro, ammalato di cancro alla pelle, ha parlato ieri mattina: «Lavoravamo in condizioni pessime, negli anni ’70 non c’erano neanche i guanti a nostra disposizione. Poi sono arrivati, ma erano rivestiti di amianto e facevano malissimo». Rispondendo alle domande del pm Gregorio Capasso, il testimone ha parlato anche delle altre protezioni: «Gli occhiali? Mah... Li davano solo a chi gli pareva. Le tute protettive erano normalissime, in cotone, le indossavamo anche mentre mangiavamo in mensa nonostante fossero sporchissime. Dal 1978 in poi c’è stato qualche timido cambiamento, ma di certo nessuna vera soluzione. Alcuni ventilatori sono stati installati a circa 5 metri di altezza: non servivano a nulla, anzi hanno peggiorato la situazione perché le polveri venivano sparse dappertutto. A proposito delle polveri, qualcuno addirittura ci diceva che il nerofumo non faceva male. Poi abbiamo saputo di tutti quei lavoratori che erano morti trasportandolo!». Si è parlato anche delle visite mediche, «erano molto generiche e saltuarie - secondo il testimone - e si limitavano al controllo della pressione, del cuore e poco altro». In aula è stato ascoltato anche un ex caporeparto, responsabile della manutenzione fino al 1985.

«Nessuno controllava se si usava la mascherina oppure no - ha detto - Ci sono state istanze sindacali per sollecitare l’uso delle protezioni ma sono di fatto cadute nel vuoto». La moglie di un ex operaio morto: «Mio marito stava spesso male e nonostante le numerose docce le lenzuola del letto erano sempre sporche di nero». Sotto accusa gli ex dirigenti dello stabilimento che non avrebbero garantito condizioni di lavoro adeguate al rischio.



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* E' il titolo di un film di Riccardo Milani ispirato, anche se non espressamente, alla storia degli operai della Goodyear di Cisterna. Una storia che chiede di esser raccontata e che reclama ancora la sua verità. Altro materiale
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Link | rubrica onair, radiogiornale
domenica, 24 settembre 2006

Penso che la televisione vada guardata, ma non ac­cesa. Ho paura della televisione, ne ho sempre fatta poca, anche perché non la so fare, e questo vedo però che non colpisce tutti, perché ce ne sono molti che non la sanno fare, ma non ne hanno paura, allora io preferisco continuare ad avere paura, ed essere sia coda che codardo.


Coda perché sono in fondo, si tratta di vedere poi se in fondo o a fondo, e anche pauroso. Sono orgoglioso di essere pauroso. Io oggi, adesso, non lo so da quanto ho cominciato a parlare ma non credo che siano pas­sate quattro ore, anche se ho una strana cognizione del tempo; io credo che si sia parlato non di parola, ma del mantello della parola, cioè abbiamo visto Superman, che secondo me è la parola, e abbiamo detto che bel mantello, ecco sì, è importante il mantello, però non ho sentito sanguinare, pulsare... si dice sangue pulsan­te perché quasi accende e spegne, pulsante anche da un punto di vista di apertura e chiusura, di energia.


Ho sentito dell'energia dei numeri; ho sentito del­l'energia delle forze; ho sentito della sinergia; ho senti­to anche della passione, che non è sempre sinonimo di giustezza o di profondità, io non ho sentito pensiero, però... non ho sentito fantasia, non ho sentito imma­ginazione, ho sentito citare lonesco, ho sentito parlare di Gandhi... Mio figlio ha conosciuto Gandhi, per colpa mia, attraverso uno spot di un telefono, allora io che credo nella reincarnazione sono sicuro che Gandhi è là che gira, gira, gira senza sosta. Io non sarei molto orgoglioso di aver messo Gandhi in una pubblicità, a meno che non si fossero fatti anni di trasmissioni sulla spiritualità, ma questo non è richiesto in nessuna rete e a nessuna televisione. Il discorso della parola... perché sei qui? Perché la parola tu la usi fai teatro, fai radio, anche il citofono faccio, che credo interessi molto, può essere uno sviluppo per Italia Uno, fare spettacoli al citofono, cioè uno suona e non gli fa solo "Italia Uno ciao", gli fa tutto lo spettacolo, può essere un'idea, quello del palazzo dice "Venga a vedere c'è...", "No, io sto guardando un altro citofono perché da dietro c'è uno che fa dello sport e fa una partitina piccola nel pianerottolo" dove io consigliere! al calcio italiano di rivolgersi, fare partite in pianerottolo, meno casino, meno gente, la palla va giù, ogni tanto si interrompe.


Ho sentito parlare anche di Ungaretti, però non ho sentito parlare di poesia, ho sentito parlare di parole, ma non ho sentito la parola... per me è la punta del­l'iceberg; riusciamo anche ad andare a veder cosa c'è attaccato sotto alla parola?


C'è l'impossibile, c'è l'oltre, c'è l'inaudito, l'inaspetta­to, c'è il curioso, c'è il furioso, il malato, il contagioso, secondo me la parola è lì... ho sentito parlare anche di Gaber che dice che la libertà è partecipazione; un altro che insieme a Gandhi è là che frulla come un pazzo; io ho paura di questo, ho paura perché ho sentito dire anche da alti pubblicitari che noi comici siamo gli spal­loni di una certa pubblicità, ma e se fossimo anche solo dei pensatori? Fossimo anche solo dei creatori di qual­cosa? Perché si deve sempre pensare a ringiovanire, Camila giustamente diceva "Forse i giovani non guardano la tv, forse non parliamo a loro...", no, forse gli parlia­mo troppo a loro, ci vogliono delle idee a prescindere dai giovani, ho sentito parlare di italiani, ma gli italiani non esistono, esistono le persone, cosa c'entrano gli italiani? Uno scrittore di parole non scrive al giovane, uno non scrive un libro sul calcio, uno scrive un libro! Se è sul calcio è un problema suo, grave che gli passerà. Non riesco più a ridere di Mike Bongiorno. Per me è un problema dentro. È un problema di ambulanza, è un problema clinico, con tutto il rispetto per un uomo e per una professionalità.


Proprio per questo ho paura. E ho tanta paura. Ho paura della tv dell'obbligo, dell'internet dell'obbligo, ho paura del giornalismo dell'obbligo, anche della ra­dio dell'obbligo.


La parola, non so chi, perché io i nomi li ricordo poco e male, la tv si può affrontare, diceva, o con exit, uscita, oppure fidelity, fedeltà. Poi puoi decidere di non farla, "Non la fai, vai via e non ne parli con chi la fa!", io ho detto "Mi fa piacere parlarne con chi la fa", perché mi rendo conto che non farla non basta. Non farla non serve, è come quello che dice io vado in bicicletta in autostrada... non mi fottete! Tu vai in bicicletta in autostrada, però fondamentalmente a 250 all'ora ti passano di fianco e il gas che c'è te lo becchi. Tu dici: "Io torno a casa e vado in bicicletta", ma quando poi esci quell'aria lì è la tua.


Anch'io credevo che si potesse fare a meno di televi­sione, come tanta gente, gli amici, Stefano Benni, tan­ti amici, però dico: "Provare ad andare a raccontare", perché non ci vai? L'ho fatto in un incontro all'Uni­versità di Bologna; lo faccio certe volte aderendo allo sciopero del telespettatore, voglio provare a capire.


Uno sceneggiato è veramente il racconto della storia? Ma ci crediamo? Perché ho paura di credere questo. Ho paura di credere che il cinema attinga dalla tele­visione e la televisione dal cinema. Il cinema è un'arte altina, altina, altina. La televisione è un servizio. Non è altro. Non riesco a pensare a una pubblicità, come è stato detto, che parla anche delle cose trash ma vere, facendo vedere magari, non dico un handicappato, ma una persona così... io non ci posso pensare a questo, io non ce la faccio fisicamente. E ho bisogno di un "Bumper", cioè di un pannolone che divida una parte dall'altra, non posso pensare, faccio fatica a pensare.


Cos'è il successo? Se dire un telegiornale significhi gior­nalismo, se essere conosciuti significhi essere famosi, io ho problemi in questo senso, molti. Abbiamo parlato della parola fuori, e della parola dentro? Come si fa a leggere Sanguineti, Scialoja, Manganelli dopo aver guar­dato la televisione, io non ce la faccio, ho paura di una contaminazione, di una corruzione, per colpa mia, forse non sono capace di scindere, però la lotta è dura...


Allora passo ad altro, parlo del dolore del nano, che vede crescere solo le unghie e i capelli, parlo del sudore degli angeli, parlo della claustrofobla dei mattoni, par­lo dei pestaggi di una scala che riceve tutti i giorni, ho voglia di pensare ad altro, e il teatro mi insegna una pa­rola che parla d'altro. La radio, quando faccio Radio-tré, quando faccio determinate cose che non hanno in sé e per sé la parodia è tutto parodia, è tutto imitazione dell'imitazione, invece di creare secondo me situazio­ni di osservazione... create situazioni di osservazione. Osservare qualcosa che non si è mai visto.


Credo che la parola abbia questa necessità. La parola della pubblicità serve per vendere: è già l'uccisione della parola. La parola se vende, vende perché decide di vendere. Un poeta la vende la parola. Uno scrittore, un pittore, i co­lori li vende, ma perché fa un'opera artistica. Mi dispiace ma io alla parola abbino un concetto artistico, un concet­to mentale, vero... Confondiamo costume con cultura. Allora parliamo di costume e non parliamo di cultura, questo è fondamentale. Vogliamo parlare di comunica­re, non tocchiamo la parola conoscere. L'importante è comunicare. Abbiamo comunicato tramite Gandhi un telefono che verrà comprato... ohhh, ma conoscere... no! Allora la parola è stanca, la parola va via, si ritira, è infelice, è handicappata, la parola è in carrozzina ed è felice di esserlo e se ne va lentamente inesorabilmente, non per colpa della televisione, ma per una forma di sana solitudine in quella insicurezza. La parola è insicurezza. È sfiducia, la parola, è potere di annullarsi.


Manganelli diceva "La parola non ha neanche biso­gno di uno che la dica" quindi mi ha ucciso, però ha ragione, la parola è già nata, la parola è nella mente, la parola vola, questa è la forza. Se qualcuno la vuole incanalare... ma tutti abbiamo fatto i matrimoni, tutti si sono sposati, tutti hanno fatto il bambino che cade, tutti hanno messo le dita nel naso, io non ce l'ho con questo, non ce l'ho con chi... solo che queste parole, queste immagini, vengono prese per profondo, vengo­no prese per la nostra società, vengono prese per uma­nità, e la gente le svilisce, e non ci sono più.


La parola eroe ha delle vocali di troppo, dovrebbe re­stare solo la consonante. Un eroe è un giocatore che ha fatto un gol. Ma non ci gioco più! Non mi in­teressa più! È la fine della parola. Allora chiedo alla televisione, se ce le fa, non per fiducia in lei, non ce l'ho, ma per dimostrare che forse è un bene pubblico, di dire le cose chiaramente, fai una trasmissione il pomeriggio perché vuoi cazzeggiare, vendi il cazzeg-gio... non mi dici sto traducendo la cultura... basta! Non mi interessa nulla! E chiudo.


Vuoi fare un gioco fai il gioco, ma non deve essere la fotografia di un momento ludico, perché ludus è un'altra cosa. Ho sentito al Salone del Libro di To­rino l'anno scorso una presentatrice, un produttore di un programma e un giornalista critico televisivo che hanno detto come Zavattini anni fa fotografava l'Italia che c'era. Oggi certe trasmissioni fotografano l'Italia che c'è, e allora sento che, assieme, Gaber, Gandhi e Zavattini stanno costituendo una community per chiedervi di smettere!


Alessandro Bergonzoni, conferenza "La Tv della parola", Roma - 29 aprile 2005

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mercoledì, 13 settembre 2006
In quel preciso momento l'uomo si disse:
che cosa non darei per la gioia
di stare al tuo fianco in Islanda
sotto il gran giorno immobile
e condividere l'adesso
come si condivide la musica
o il sapore di un frutto.
In quel preciso momento
l'uomo stava accanto a lei in Islanda.

Jorge Luis Borges - Nostalgia del presente
venerdì, 08 settembre 2006
Minimosindacale ora è in versione "internescional". Salutiamo infatti il caro amico ticinese che si è imbattutto nelle nostre frequenze in cerca dell'età del mitico Bigio Biagi, la versione rossocrociata e maschile della Clerici. Promettiamo di saziare quanto prima la curiosità del nostro lettore.



http://www.google.ch/search?hl=it&q=quanti anni ha bigio biaggi meta=



Niente potremo fare invece per Bobo Vieri: cercava di capire sul nostro blog quanto gli darà l'Atalanta. "Minimo che???"



http://www.google.it/search?q=minimo sindacale per calciatore hl=it
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Link | rubrica onair, risateadentistretti
venerdì, 01 settembre 2006

C'è una discrepanza tra il sogno e la realtà, notevole.


Però può anche succedere che qualche sogno non si avveri: non è una tragedia, è un dolore. La vera tragedia, e spero che siamo tutti d'accordo, è quando abbiamo la stessa voglia, lo stesso amore, la stessa passione - nello stesso medesimo tempo - per un sogno e una realtà che si escludono a vicenda. La tragedia è quando si mischiano, quando non sappiamo più a cosa dar ragione. La felicità invece è poter abitare queste due stanze separatamente, e voler bene sia alla realtà che al sogno. Insieme o divise.


Roberto Vecchioni



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venerdì, 01 settembre 2006
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