Blog - o blob? - scritto a quattro mani:
tutte, ma soprattutto due, che si sforzano solo il minimo indispensabile

Minimo sindacale, quattro chiacchiere in solitario
lunedì, 30 ottobre 2006
Io sono uno che prendo l'autobus
Io sono uno che parla chiaro
Io sono quasi come Ferrara...
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mercoledì, 25 ottobre 2006
Ho visto cattedrali di luce nel cuore

troppo sole può far morire

amore caro, amore bello

non ti voglio più
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mercoledì, 25 ottobre 2006
Se lo allunga Grosso...



Maurizio Compagnoni, telecronaca di Inter-Livorno (parlava del pallone, ndr)
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mercoledì, 25 ottobre 2006
Le Iene si occupano dei costi della Tav in Italia, degli sprechi di stato, della solita sovrapposizione tra controllore e controllato, dei debiti pubblici non messi in bilancio.



Nello stesso momento, su un canale della tv pubblica, Porta a Porta si dedica del tema "Il reality è in crisi?". Tra gli opinionisti, Zecchi, Carmen Russo e Klaus Davi.



Evito allora di chiedermi perché Vespa, da giornalista, non aderisca allo sciopero dei giornalisti. 



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P.s: Ho letto una fenomenale dichiarazione di Costanzo:
«Le ho inventate io le liti... Anche Sgarbi l’ho scoperto io. Ma ora basta: bisogna avere il coraggio di pensare più alla qualità che alla quantità degli ascolti». Giuro, non ce l'ho con lui, ma con chi lo paga.



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giovedì, 19 ottobre 2006
In vista di Vista, faccio prove tecniche di Linux.



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martedì, 10 ottobre 2006
La Mussolini e Capezzone d'accordo sulla condanna alla censura delle Iene per il servizio sui politici "stupefacenti".

Il Vespa che ha vivisezionato la storia di Cogne oltre ogni decenza parla di "metodo illecito" operato dalle Iene per il loro servizio.

La Mussolini che richiama Vespa ai princìpi del giornalismo che persegue la trasparenza.



E non è ancora carnevale.
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mercoledì, 04 ottobre 2006
da La Gazzetta dello Sport



MILANO, 2 ottobre 2006 - Andava in fuga dietro al gruppo. Entrava nei bar e non ne usciva più. Si nascondeva nelle scarpate, nei fienili, nelle cantine. Una volta si tuffò addirittura in una specie di pozzo, vuoto, ma un contadino baffuto, la pelle rosolata dal sole, s’insospettì e sollevò il coperchio: "E allora?", gli intimò. "Sto correndo il Giro d’Italia", tentò di spiegargli. Poi risalì sulla bici, affrontò Rolle, Pordoi, Campolongo e Gardena, perché era il tappone dolomitico del Giro d’Italia, infine giunse al traguardo. Ultimo, ultimissimo, maglia nera, nerissima. Era il suo forte, il suo fortissimo.

CAPOLAVORI - Ieri è morto Luigi Malabrocca, e stavolta la maglia nera significa non solo il lutto per un uomo speciale, ma anche per la fine di un capitolo, di un romanzo, di una storia, di un’epoca, di un ciclismo. Povero Luisìn, che aveva scelto di arrivare ultimo, perché quello era il sistema per sconfiggere la miseria. Ultimo nel 1946 a 4.9’34" da Gino Bartali: un’impresa. Ultimo nel 1947 a 5.52’20" da Fausto Coppi: un capolavoro. Un uomo solo al comando, Malabrocca, però dal fondo della classifica, finché non incontrò un altro fenomeno nella lotta al fuori tempo massimo, Sante Carollo. Era il Giro 1949, Carollo vantava due orette di vantaggio e la tappa finale, Torino-Monza, con arrivo ufficiale a Milano, non proponeva agguati. Ci pensò "il Mala": mentre Carollo pedalava ignaro in mezzo al gruppo, lui approfittò di una foratura, entrò in un’osteria, accettò prima da bere, poi l’invito a casa di un tifoso che gli voleva mostrare una particolare attrezzatura per la pesca, infine si rimise in sella e pedalò al minimo. Un trionfo al contrario: due ore e 20 dietro al vincitore Giovannino Corrieri, due ore e un quarto dietro a Carollo. Ma Luisìn aveva commesso un errore: non aveva previsto che i cronometristi — una volta tanto spazientiti — se ne fossero già tornati a casa, classificando il superitardatario con lo stesso distacco del gruppo. Così fu Carollo a conquistare la maglia nera: 9.57’07" da Coppi contro 7.47’26" collezionati da Malabrocca. E Luisìn, deluso, prese la solenne decisione di abbandonare quella divina commedia umana.

IL CINESE - Malabrocca, nato a Tortona il 22 giugno 1920, detto anche "il Cinese" per via degli occhi a mandorla, era però un fior di corridore. In carriera ha vinto 138 corse, di cui 15 da professionista (Parigi-Nantes 1947, Coppa Agostoni 1948, Giro di Croazia e Slovenia 1949), ed è stato due volte campione italiano di ciclocross (1951 e 1953). Da tempo il suo telaio cigolava. Operato al cuore e alla gola, tirava avanti con serenità. Ricoverato in ospedale 15 giorni fa, poi dimesso, ieri, nella sua cascina di Garlasco (Pavia) verso le 15 ha staccato il numero. I funerali si tengono domani, alle 10, nella Chiesa della Santissima Trinità a Garlasco. Non sarà un addio. Uomini come Malabrocca muoiono, ma non scompaiono.

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martedì, 03 ottobre 2006
Dopo la visione di "Romanzo criminale"

1) Quel commissario Scialoja parlava come l'impiegato di banca de "L'amore ritrovato", camminava come il portantino di "Ovunque sei", sorrideva come l'omosessuale de "Le fate ignoranti", s'incazzava come l'anarchico Horst Fantozzini di "Ormai è fatta", si lamentava come Alex di "Jack Frusciante è uscito dal gruppo", si atteggiava come il Freccia di Ligabue. Quando c'è Accorsi - e son più rare le volte che manca - c'è sempre lo stesso protagonista. Sarà perché ha meno espressioni di una colonna.

2) Ma il cinema italiano serve solo a far scopare Accorsi?

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