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Ora Manca solo la visita della Cgil e siamo apposto...
Quando un giornalista viene condannato per diffamazione, siamo tutti più tristi. Soprattutto se il giornalista in questione è Bruno Vespa e se dovrà devolvere a Roberto Zaccaria ben 82.500 euro dal suo magro stipendio di pensionato Rai (1.187.000 euro l’anno).
È dunque con la morte nel cuore che ci accingiamo a raccontare quest’ennesima storia di ordinaria disinformatija. Nell’autunno 2001 l’insetto di Porta a Porta indossa i panni dello storico e dà alle stampe l’annuale capolavoro: «Rai. La grande guerra», edito come sempre dalla Mondadori dell’amico Silvio. Il capitolo 13, dal titolo «La Rai contro il Cavaliere», contiene un succulento paragrafo («Una sera, sulla terrazza di Zaccaria…») con i retroscena del complotto comunista ordito, secondo l’Erodoto abruzzese, da Zaccaria in combutta con Biagi, Santoro, Luttazzi, Freccero, Travaglio e i fratelli Guzzanti per guastare le elezioni a Berlusconi.
Complotto poi cavalcato dal Cavalier Editore, che pochi mesi dopo andò in Bulgaria ad accusare i primi tre di «uso criminoso della televisione pubblica». «La puzza di bruciato scrive il Senofonte aquilano aveva cominciato a diffondersi già nel settembre 2000. Il 13 aprile 2001 Il Foglio parlò di una “cena aziendale esclusiva”… in cui il presidente Zaccaria avrebbe posto il problema della linea di comportamento pre-elettorale: “Servirebbe una Rai supporter di uno dei due schieramenti” (con programmi di sostegno e anchormen “chiamati alle armi”)».
Dopo aver citato l’autorevole Foglio, il Tacito dell’Aquila riporta l’articolo di un altro giornale di grande prestigio, Prima comunicazione, che in un articolo firmato “Pitt Bull” forniva altri preziosi dettagli sulla cena dello scandalo: «Si sarebbe svolta a casa di Zaccaria con il dg Celli, i consiglieri di sinistra Balassone ed Emiliani e i tre “mammasantissima” dei Ds in fatto di comunicazione: Veltroni, Vita e Giulietti».
Il fantomatico Pitt Bull, ripreso paro paro da Vespa, ricostruiva addirittura le parole esatte di Zaccaria: «È necessario impedire a ogni costo a quel mascalzone mafioso del Cavaliere di prendere il potere… La Rai deve fare fronte… mandando a farsi benedire menate tipo equilibrio e obiettività del servizio pubblico e impiegando uomini e risorse, reti e giornalisti, a fiancheggiare la campagna dell’Ulivo contro l’arrivo dei barbari».
Zaccaria, che non ha mai detto una sola di quelle parole, cita Vespa per danni al Tribunale civile di Roma. Vespa conferma «l’assoluta verità dei fatti narrati»: se il Foglio di Giuliano Ferrara dice una cosa, è vangelo. Nel libro, fra l’altro, lo storico de noantri ha infilato il nome di un presunto testimone auricolare di quella sera: l’avvocato Giovanni Ferreri, vicino di casa di Zaccaria, che origliando dalla terrazza attigua avrebbe sentito tutto.
Curiosamente, però, Vespa dimentica di inserirlo nella lista dei suoi testimoni. Ma come: ha l’asso in mano e si scorda di calarlo?
Anziché chiedere di sentire tutti i commensali, lui indica soltanto Celli (che se ne andò a metà serata) e Claudio Velardi (che non c’era nemmeno, ma dev’esser ispirato dallo Spirito Santo). Per fortuna, pur senza esservi tenuti, provvedono i legali di Zaccaria a interpellare Ferreri: il quale, come pure Veltroni, Vita, Giulietti, Balassone ed Emiliani, mette per iscritto di non aver mai sentito né riferito quelle frasi di Zaccaria, non essendo abituato a origliare nelle terrazze altrui. Al Tribunale non resta che trarre le inevitabili conclusioni: il complotto antiberlusconiano di Zaccaria & C. non è mai esistito, dunque Vespa ha mentito: non ha «accertato con serietà e prudenza la verità dei fatti narrati» che «sono diffamatori in quanto non rispondenti a verità nel loro contenuto più precisamente offensivo».
Nel libro, infatti, Vespa non ha espresso «una critica legittima dell’operato del presidente della Rai», ma «narrato fatti per i quali viene data per certa la sua obbedienza e la sua collusione a un disegno contrario ai doveri istituzionali connessi alla sua carica».
Fatti che, non essendo mai accaduti, configurano «il reato di diffamazione a mezzo della stampa» provocando un gravissimo «danno morale» a Zaccaria. Di qui il mega-risarcimento di 75.000 euro, più 7.500 di riparazione pecuniaria, più 5.800 di spese legali.
Ora Vespa piagnucola perché il giudice «ha proceduto d’ufficio senza ascoltare i testimoni». Ma il giudice nella sentenza spiega che spettava a lui dimostrare che Zaccaria aveva detto quelle frasi, mentre lui non ha mai neppure chiesto di provarlo: tant’è che ha citato come testi uno che non c’era e uno che se ne andò sul più bello. Quelli che parteciparono a tutta la cena l’hanno sbugiardato all’unisono.
È Vespa che, prima di scrivere il libro, avrebbe dovuto ascoltare i testimoni: se l’avesse fatto, avrebbe evitato di scrivere balle e di sborsare un sacco di soldi. Purtroppo non lo fece.
Non è bello, per un giornalista. E tantomeno per uno storico.
Anche perché ora qualcuno, dalla Bulgaria, potrebbe financo accusarlo di uso criminoso della storia e del giornalismo. E sarebbe davvero seccante.
