Per tre giorni
alla Certosa di Pontignano (Siena) studiosi (sociologi, psicologi, economisti) di famose università internazionali si confrontano su un tema di grande attualità e controverso
"Policies for happiness", cioè le politiche per la felicità. Cosa fa o cosa dovrebbe fare la politica per dare felicità ai cittadini? Quali sono le riforme economiche, sociali, istituzionali, culturali decisive per la soddisfazione e la felicità dell'individuo? Un pil più forte rende un popolo più soddisfatto? Basta avere il conto in banca robusto e il portafoglio gonfio di dollari o di euro, un lavoro gratificante, la carriera che avanza, la scalata sociale per dirsi felici? No. Almeno stando all'analisi sugli ultimi 30 anni degli americani (ma anche degli europei, italiani compresi) certamente più ricchi dei decenni precedenti, ma anche inesorabilmente e sconsolatamente più poveri nelle relazioni e quindi meno contenti e molto più infelici. Questo dice la prima banca dati sui fenomeni socio-economici della
General Social Survey. All'aumento del reddito pro capite fa riscontro l'aumento della solitudine. Si guadagna di più anche perché si lavora di più (le donne due mesi e mezzo al'anno in più rispetto al 1975! Altro che lavorare meno lavorare tutti!), con conseguente stress (incertezze per il futuro, senso di inadeguatezza, paura di non far carriera ecc.) e mancanza di desiderio nelle relazioni con gli altri.
Il Prof. Stefano Bartolini, economista del Università di Siena quantifica e monetizza il livello di felicità negli USA e nei paesi occidentali: "Per comprendere l'importanza delle relazioni rispetto a quella del reddito nel determinare la felicità prendiamo gli indicatori del clima sociale, misurando il valore monetario della onestà e solidarietà altrui. Le persone che percepiscono gli altri come onesti e solidali tendono ad essere più felici di quelli che percepiscono il contrario, cioè disonestà e mancanza di solidarietà. Per questi ultimi il reddito familiare addizionale necessario per raggiungere la felicità dei primi è 67.000 dollari annui (25.000 dollari è il valore della solidarietà e 42.000 dollari quello dell'onestà)". Quindi, secondo questa impostazione, la felicità ha un costo. "Un individuo - aggiunge il Prof Bartolini - che percepisce di vivere tra gente disonesta e poco solidale necessita di 67.000 dollari annui in più di uno che percepisce il contrario, per raggiungere lo stesso livello di felicità. C'è anche il valore economico della solitudine? C'è. Infatti una persona "sola", senza amici e vicini, dovrebbe disporre di 320.000 dollari annui in più rispetto a un'altra che invece frequenta amici e vicini, per raggiungere il suo stesso livello di felicità.
In altre parole, servirebbero più soldi per tentare di "compensare" l'infelicità.
Un televisore più grande per una solitudine più piccola...
Ma non basta uscire di casa e stare in mezzo alla gente per vincere la solitudine e trovare la felicità. Giorgio Gaber con la sua "Canzone dell'appartenenza" spiegava che l'appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è un consenso a un'apparente aggregazione. L'appartenenza è avere gli altri dentro di sé. Quanti giovani oggi sono soli pur vivendo in "branco", quante solitudini nelle città affollate, quanti rapporti effimeri si trascinano nel nulla? Però è più facile rinunciare alla propria felicità che al proprio orgoglio. Parole del poeta francese Paul Cludel che insieme a quelle dello scrittore Corrado Alvaro nella "Gente in Aspromonte" (La fortuna è cieca, ma l'invidia ha gli occhi) potrebbero far rifletter gli studiosi rinchiusi nella certosa di Pontignano.
Da un'altra angolazione. Non è la politica a dare la ricetta della felicità.