Torna in mente in questi giorni, nel mezzo del delirio mediatico sulla vicenda di Eluana...
“Il 10 giugno 1981, a Vermicino, Alfredino Rampi, un bambino di sei anni, precipita in un pozzo artesiano largo circa 30 centimetri e profondo 80 metri. Inizia così una tragedia che tiene l'intera nazione con il cuore in gola per tre giorni, ma soprattutto nasce in questo momento la «tv del dolore». I tentativi di soccorso, le manovre tutte fallimentari per cercare di estrarre il piccolo dal pozzo, lo strazio della madre, vanno in onda ininterrottamente mentre un'intera nazione segue il dramma sul video con angoscia ma anche con una sorta di voyeurismo che, da quel momento, cambia profondamente il rapporto fra pubblico e televisione. Quando nella notte i vigili del fuoco arrivano sul posto, decidono di scavare un secondo tunnel per raggiungere il bambino diagonalmente. Per farlo però serve una trivella che i pompieri non hanno. Viene perciò lanciato un appello attraverso le tv locali ed è così che l'inviato del Tg2 Pierluigi Pini viene a conoscenza della vicenda e, con una troupe, si precipita a Vermicino. Da quell'istante inizia la trasmissione del dramma di Alfredino Rampi. Intanto la trivella non riesce a forare la roccia, vengono coinvolti gli speleologi, e mentre la folla si assiepa mangiando panini e intralciando le operazioni di soccorso, peraltro confuse, si pensa di calare qualcuno nel pozzo per afferrare il piccolo e riportarlo in superficie. I volontari si susseguono: prima Isidoro Mirabella, detto «l'uomo ragno», poi lo speleologo Claudio Aprile, quindi un volontario sardo, di corporatura minuta, Angelo Licheri, che si cala, ma riesce solo a spezzare un polso ad Alfredino. Disperato e distrutto dal senso di colpa Licheri torna in superficie mentre al suo posto scende lo speleologo Donato Caruso, che riemerge solo e sconvolto per il fallimento. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini si reca sul posto intensificando l'impegno delle troupe televisive che non mollano la presa. Ma alle 10 della mattina di quel sabato 13 giugno, Alfredino è morto a 60 metri di profondità, e iniziano le polemiche. Sui soccorsi inadeguati, sulla volontà di usare una simile tragedia e le 18 ore di diretta per oscurare altre vicende politiche (crisi di governo, scandalo della P2 e così via), ma soprattutto sul fatto se fosse giusto fare di un'immane tragedia privata uno spettacolo televisivo”. (da Enzo Biagi - Loris Mazzetti, "L'italia del '900")
“Il 10 giugno 1981, a Vermicino, Alfredino Rampi, un bambino di sei anni, precipita in un pozzo artesiano largo circa 30 centimetri e profondo 80 metri. Inizia così una tragedia che tiene l'intera nazione con il cuore in gola per tre giorni, ma soprattutto nasce in questo momento la «tv del dolore». I tentativi di soccorso, le manovre tutte fallimentari per cercare di estrarre il piccolo dal pozzo, lo strazio della madre, vanno in onda ininterrottamente mentre un'intera nazione segue il dramma sul video con angoscia ma anche con una sorta di voyeurismo che, da quel momento, cambia profondamente il rapporto fra pubblico e televisione. Quando nella notte i vigili del fuoco arrivano sul posto, decidono di scavare un secondo tunnel per raggiungere il bambino diagonalmente. Per farlo però serve una trivella che i pompieri non hanno. Viene perciò lanciato un appello attraverso le tv locali ed è così che l'inviato del Tg2 Pierluigi Pini viene a conoscenza della vicenda e, con una troupe, si precipita a Vermicino. Da quell'istante inizia la trasmissione del dramma di Alfredino Rampi. Intanto la trivella non riesce a forare la roccia, vengono coinvolti gli speleologi, e mentre la folla si assiepa mangiando panini e intralciando le operazioni di soccorso, peraltro confuse, si pensa di calare qualcuno nel pozzo per afferrare il piccolo e riportarlo in superficie. I volontari si susseguono: prima Isidoro Mirabella, detto «l'uomo ragno», poi lo speleologo Claudio Aprile, quindi un volontario sardo, di corporatura minuta, Angelo Licheri, che si cala, ma riesce solo a spezzare un polso ad Alfredino. Disperato e distrutto dal senso di colpa Licheri torna in superficie mentre al suo posto scende lo speleologo Donato Caruso, che riemerge solo e sconvolto per il fallimento. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini si reca sul posto intensificando l'impegno delle troupe televisive che non mollano la presa. Ma alle 10 della mattina di quel sabato 13 giugno, Alfredino è morto a 60 metri di profondità, e iniziano le polemiche. Sui soccorsi inadeguati, sulla volontà di usare una simile tragedia e le 18 ore di diretta per oscurare altre vicende politiche (crisi di governo, scandalo della P2 e così via), ma soprattutto sul fatto se fosse giusto fare di un'immane tragedia privata uno spettacolo televisivo”. (da Enzo Biagi - Loris Mazzetti, "L'italia del '900")
" su quella triste storia. Triste anche per la tv italiana.


