Blog - o blob? - scritto a quattro mani:
tutte, ma soprattutto due, che si sforzano solo il minimo indispensabile

Minimo sindacale, quattro chiacchiere in solitario
mercoledì, 10 dicembre 2008
"Quante volte mi sono chiesto che cosa vuol dire essere felici. Ho cercato risposte dove capitava, nel lavoro, nell'amore, anche nella fede. Niente. Non ne ho mai trovata una che mi sembrasse convincente, sul serio. Se escludo quella frase scarabocchiata su un foglietto da mia figlia quando aveva dodici anni: "la felicità è la totale assenza di brufoli"

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domenica, 10 agosto 2008
«...dato che tutti gli altri posti erano gia' occupati,

ci siamo seduti dalla parte del torto»



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giovedì, 01 maggio 2008

Questa volta lasciate che sia felice,

non è successo nulla a nessuno,

non sono da nessuna parte,

succede solo che sono felice

fino all’ultimo profondo angolino del cuore.


Camminando, dormendo o scrivendo,

che posso farci, sono felice.

Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,

sento la pelle come un albero raggrinzito,

e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,

il mare come un anello intorno alla mia vita,

fatta di pane e pietra la terra

l’aria canta come una chitarra.


Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,

tu canti e sei canto.

Il mondo è oggi la mia anima

canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,

lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia

essere felice,

essere felice perché sì,

perché respiro e perché respiri,

essere felice perché tocco il tuo ginocchio

ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo

e la sua freschezza.

Oggi lasciate che sia felice, io e basta,

con o senza tutti, essere felice con l’erba

e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,

essere felice con te, con la tua bocca,

essere felice.


"Ode al giorno felice", Pablo Neruda
sabato, 19 aprile 2008
Ma più bello di averti è quando ti disegno

Roberto Vecchioni, Per amore mio (Ultimi giorni di Sancho P.)

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mercoledì, 20 febbraio 2008
Addormentarsi come un uccello, avere un'ala da chinarci sotto il capo, un mondo di frasche sospese sopra il mondo terrestre, che appena s'indovina laggiù, attutito e remoto. Basta cominciare a non accettare il proprio stato presente e chissamai dove s'arriva: ora Marcovaldo per dormire aveva bisogno d'un qualcosa che non sapeva bene neanche lui, neppure un silenzio vero e proprio gli sarebbe bastato più, ma un fondo di rumore più morbido del silenzio, un lieve vento che passa nel folto d'un sottobosco, o un mormorio d'acqua che rampolla e si perde in un prato.


Italo Calvino, Marcovaldo ovvero Le stagioni in città

lunedì, 26 novembre 2007
Le donne della mia vita amano la carta riciclata.
venerdì, 26 ottobre 2007
La segretaria dell'azienda delle ferrovie sta per lasciare la stanza dell'anziano operaio che, in attesa del licenziamento, viene pagato per far nulla. Lui gioca un'improbabile - non foss'altro per lo stupore che prova nel darsi scacco - partita di scacchi contro se stesso: ha appena trovato la mossa che segna contemporaneamente la sua vittoria e la sua sconfitta.



Lei: Chi sta vincendo?

Lui: Scacco matto.

Lei: E che vuol dire?

Lui: Che ogni mossa che fai hai perso.

Lei: Ah... - indugiando per un attimo sull'uscio - ... la storia della mia vita.



"Paul, Mick e gli altri", K.Loach, GB 2001 - SkyCinema3 26/10/2007 ore 8.35

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martedì, 19 giugno 2007
Ogni tanto i giornalisti hanno l'occhio più lungo di altre categorie di cazzari...

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Massimo Falcioni, Affaritaliani

Più ricchi, più infelici

Per tre giorni alla Certosa di Pontignano (Siena) studiosi (sociologi, psicologi, economisti) di famose università internazionali si confrontano su un tema di grande attualità e controverso "Policies for happiness", cioè le politiche per la felicità. Cosa fa o cosa dovrebbe fare la politica per dare felicità ai cittadini? Quali sono le riforme economiche, sociali, istituzionali, culturali decisive per la soddisfazione e la felicità dell'individuo? Un pil più forte rende un popolo più soddisfatto? Basta avere il conto in banca robusto e il portafoglio gonfio di dollari o di euro, un lavoro gratificante, la carriera che avanza, la scalata sociale per dirsi felici? No. Almeno stando all'analisi sugli ultimi 30 anni degli americani (ma anche degli europei, italiani compresi) certamente più ricchi dei decenni precedenti, ma anche inesorabilmente e sconsolatamente più poveri nelle relazioni e quindi meno contenti e molto più infelici. Questo dice la prima banca dati sui fenomeni socio-economici della General Social Survey. All'aumento del reddito pro capite fa riscontro l'aumento della solitudine. Si guadagna di più anche perché si lavora di più (le donne due mesi e mezzo al'anno in più rispetto al 1975! Altro che lavorare meno lavorare tutti!), con conseguente stress (incertezze per il futuro, senso di inadeguatezza, paura di non far carriera ecc.) e mancanza di desiderio nelle relazioni con gli altri.

Il Prof. Stefano Bartolini, economista del Università di Siena quantifica e monetizza il livello di felicità negli USA e nei paesi occidentali: "Per comprendere l'importanza delle relazioni rispetto a quella del reddito nel determinare la felicità prendiamo gli indicatori del clima sociale, misurando il valore monetario della onestà e solidarietà altrui. Le persone che percepiscono gli altri come onesti e solidali tendono ad essere più felici di quelli che percepiscono il contrario, cioè disonestà e mancanza di solidarietà. Per questi ultimi il reddito familiare addizionale necessario per raggiungere la felicità dei primi è 67.000 dollari annui (25.000 dollari è il valore della solidarietà e 42.000 dollari quello dell'onestà)". Quindi, secondo questa impostazione, la felicità ha un costo. "Un individuo - aggiunge il Prof Bartolini - che percepisce di vivere tra gente disonesta e poco solidale necessita di 67.000 dollari annui in più di uno che percepisce il contrario, per raggiungere lo stesso livello di felicità. C'è anche il valore economico della solitudine? C'è. Infatti una persona "sola", senza amici e vicini, dovrebbe disporre di 320.000 dollari annui in più rispetto a un'altra che invece frequenta amici e vicini, per raggiungere il suo stesso livello di felicità.

In altre parole, servirebbero più soldi per tentare di "compensare" l'infelicità. Un televisore più grande per una solitudine più piccola... Ma non basta uscire di casa e stare in mezzo alla gente per vincere la solitudine e trovare la felicità. Giorgio Gaber con la sua "Canzone dell'appartenenza" spiegava che l'appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è un consenso a un'apparente aggregazione. L'appartenenza è avere gli altri dentro di sé. Quanti giovani oggi sono soli pur vivendo in "branco", quante solitudini nelle città affollate, quanti rapporti effimeri si trascinano nel nulla? Però è più facile rinunciare alla propria felicità che al proprio orgoglio. Parole del poeta francese Paul Cludel che insieme a quelle dello scrittore Corrado Alvaro nella "Gente in Aspromonte" (La fortuna è cieca, ma l'invidia ha gli occhi) potrebbero far rifletter gli studiosi rinchiusi nella certosa di Pontignano. Da un'altra angolazione. Non è la politica a dare la ricetta della felicità.

domenica, 20 maggio 2007
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mercoledì, 14 marzo 2007
In piena facoltà egregio presidente

le scrivo la presente che spero leggerà

la cartolina qui mi dice terra terra

di andare a far la guerra quest'altro Lunedì

Ma io non sono qui egregio presidente

per ammazzar la gente più o meno come me

io non ce l'ho con lei sia detto per inciso

ma sento che ho deciso e che diserterò



Ho avuto solo guai da quando sono nato

e i figli che ho allevato han pianto insieme a me

mia mamma e mio papà ormai son sotto terra

e a loro della guerra non gliene fregherà



Quand'ero in prigionia qualcuno mi ha rubato

mia moglie, il mio passato la mia migliore età

domani mi alzerò e chiuderò la porta

sulla stagione morta e mi incamminerò



Vivrò di carità sulle strade di Spagna,

di Francia e di Bretagna e a tutti griderò

di non partire più e di non obbedire

per andare a morire per non importa chi



Per cui se servirà del sangue ad ogni costo

andate a dare il vostro se vi divertirà

e dica pure ai suoi se vengono a cercarmi

che possono spararmi io armi non ne ho


Boris Vian (trad. G. Calabrese)

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